In questo scampolo d’estate con la maggior parte degli uffici pubblici chiusi o solo parzialmente funzionanti e, di conseguenza, con i ritmi di lavoro fortemente ridotti, capita di fare cose che normalmente durante gli altri mesi dell’anno sono semplicemente impensabili come, ad esempio, andare a curiosare nei siti internet di altre associazioni per vedere come hanno trattato gli argomenti di maggior interesse per la categoria.
E’ stato durante questa ricognizione che ci siamo imbattuti in un sito di una se-dicente grande organizzazione dove negli ultimi tempi due o tre notizie hanno tenuto banco.
Se ci permettiamo di riprendere le suddette notizie non è per mettere in discussione la libertà di ciascuno di scrivere ciò che vuole sul proprio sito internet, bensì per sottolineare la differenza abissale tra il nostro modo di fare associazione e il loro.
La prima notizia è tratta paro paro dalla cronaca giudiziaria: sta per prendere il via il processo nei confronti di alcune organizzazioni malavitose (processo Aemilia e Caronte) e la suddetta associazione ha deciso di costituirsi parte civile. Ne danno comunicazione pubblica loro stessi il 29 giugno scorso. Più o meno negli stessi giorni in cui avveniva ciò, Federdistribuzione, l’Associazione che raggruppa i grandi supermercati, si è rivolta al Tar del Lazio per chiedere l’annullamento della norma che impegna il ministero dei trasporti a pubblicare mensilmente i valori base su cui calcolare i costi di sicurezza dell’autotrasporto. Ovviamente la nostra piccola Fiap (insieme ad altre) si è opposta a questo tentativo becero della committenza di smantellare anche l’ultimo baluardo sui costi di sicurezza. Morale della favola, noi abbiamo speso fior di quattrini per difendere gli autotrasportatori, anche quelli associati a loro e abbiamo vinto la battaglia, per quanto riguarda invece la loro iniziativa resta un mistero fitto come la nebbia a novembre in Val padana riuscire a capire quale beneficio ne trarranno le imprese di autotrasporto; le loro e le nostre.
Voltando pagina sempre sul medesimo sito , a circa un mese di distanza dall’altro comunicato compare un titolo a tutta pagina che recita: “ Sentenza storica! L’iva sulle accise non va pagata”. Una notizia ghiotta, ovviamente, per tutti i privati cittadini che quando vanno al distributore sono costretti a pagare l’Iva non solo sul prezzo industriale della benzina o del gasolio ma anche l’Iva sulle accise, vale a dire una tassa sulla tassa. Questo vale per i privati cittadini perché chi acquista gasolio nell’esercizio d’impresa, come a tutti noto, l’Iva che grava sul carburante o la compensa con quella incassata oppure la chiede a rimborso. Gli autotrasportatori non fanno eccezione, per loro pagare l’iva anche sulle accise o solo sul prezzo industriale è pressoché indifferente. Leggendo poi meglio il comunicato scopriamo che la STORICA SENTENZA – che per lo Stato italiano - se applicata - significherebbe la perdita secca di miliardi di euro, è stata emessa da un giudice di pace, tant’è che nessun giornale serio ha pensato di riprenderla. Nel comunicato, con toni trionfali, quasi che il ricorso fosse stato presentato dalla suddetta associazione, mentre in realtà è stato un semplice cittadino che ha portato l’Enel in giudizio, si afferma che “un giudice di pace di Venezia ha stabilito, con un decreto ingiuntivo, che l’odiosa doppia imposta è illegittima e quanto versato in più va restituito”. Bene se la sentenza ha un fondamento giuridico serio lo Stato restituisca l’Iva incassata indebitamente per la parte che grava sulle accise (anche se ci pare complicato dimostrare quanta benzina abbiamo messo nel serbatoio, ad esempio, nell’ultimo anno) ma chi quei soldi li ha già avuti indietro cosa va cercando? Gli autotrasportatori regolari, quelli per capirci che hanno una partita IVA , i soldi pagati li hanno già recuperati.
Anche in questo caso ci piacerebbe capire il trionfalismo con cui viene “sparata” la notizia e quale beneficio ne potrebbero trarre gli autotrasportatori.
Ultima chicca riguarda il piano di ristrutturazione delle aree di servizio autostradale approvato dal Governo. In sostanza l’obiettivo è quello di andare ad una razionalizzazione dell’esistente anche attraverso lo smantellamento di alcune aree poco produttive . Anche in questo caso la notizia viene data con grande rilievo come se il piano fosse frutto di una iniziativa sindacale della suddetta associazione tanto da far venire il sospetto che siano ritornate di moda le famose “cinghie di trasmissione” (roba da prima repubblica !) fra qualche rappresentanza associativa e il Governo.
Se così non è qualcuno potrebbe spiegarci cosa c’è da rallegrarsi per una iniziativa che, nella migliore delle ipotesi, rischia di creare un danno alle imprese di autotrasporto. L’ipotizzata chiusura di alcune aree di servizio renderà ancora più difficile il rispetto delle norme in tema di tempi di guida e di riposo posto che, già oggi, quelle esistenti sono largamente insufficienti a soddisfare la domanda e, di notte, in autostrada troviamo camion parcheggiati ovunque.
Qualche amico nostro dalla lingua più velenosa di un serpente a sonagli ci suggerisce che questi non sono incidenti di percorso che, detto per inciso, a chiunque possono capitare bensì il frutto della smodata ricerca di visibilità da parte di qualche dirigente della suddetta associazione e, a riprova della sua tesi cita un episodio anch’esso recente – siamo a metà luglio scorso - di fronte al quale anche noi, sicuramente più ingenui e portati a credere nella buona fede delle persone, siamo costretti a capitolare; seduta plenaria del Comitato centrale dell’albo in data 14 luglio 2015, si vota per approvare la delibera che dà finalmente il via alla verifica della regolarità delle imprese iscritte.
Tutte le Associazioni votano a favore, anche quelle che negli incontri precedenti avevano sollevato dubbi e preoccupazioni, tutte tranne una: la CNA Fita che si astiene.
Ma questi cosa vanno cercando? Non vogliono che le imprese irregolari vengano espulse dall’Albo? Probabilmente no! Ancora una volta pur di essere visibili si sono voluti distinguere dagli altri anche a costo di procurare un danno alle migliaia di imprese serie che ogni giorno faticano a stare sul mercato a causa della concorrenza sleale praticata da tanti abusivi.
Nel marketing la chiamano pubblicità comparativa, ognuno può farsi l’idea che vuole ma un dato lo possiamo dare per certo: noi della Fiap siamo esattamente il contrario.