articolo a cura di Alessandro Peron, Segretario Generale FIAP per Vie & Trasporti
Nei tavoli istituzionali, nei convegni di settore, nelle assemblee associative, sento ripetere una parola come fosse un trofeo: regolarità. Se ne parla come di un traguardo da raggiungere, un merito da esibire. Un'impresa che paga le tasse, versa l'IVA, i contributi, salda fornitori e dipendenti viene descritta come un modello da premiare.
Mi fermo un attimo, e mi chiedo: quando l’essere in regola è diventata un'eccezione da celebrare, invece che la normalità, qualcosa di scontato?
Abbiamo finito per abituarci a un paradosso: considerare straordinario ciò che dovrebbe essere semplicemente normale. Chi rispetta le regole del mercato e del lavoro, chi paga puntualmente, viene guardato con sospetto, quasi fosse un problema. Come se la correttezza fosse qualcosa di strano, anziché l’ovvio.
Il problema non è la regolarità, ma l'irregolarità. Un'impresa che non versa tasse, contributi o retribuzioni non è solo irregolare: è un concorrente che può permettersi prezzi che chi rispetta le regole non è in grado di sostenere, e quando quei prezzi diventano il riferimento del mercato è l'intero settore a impoverirsi. Chi non paga ciò che deve non sta semplicemente violando una regola: sta facendo finanziare la propria competitività da chi quella regola la rispetta.
Va fatta però una distinzione: chi attraversa una difficoltà reale e usa in modo trasparente gli strumenti di legge non va confuso con chi trasforma il mancato pagamento in un modello competitivo. Non attacchiamo chi è in crisi: fermiamo chi fa dell'irregolarità un modo di fare impresa.
La concorrenza diventa sleale
Oggi capita che un imprenditore conforme alle norme si guardi allo specchio e si domandi chi glielo fa fare. Il mercato tollera chi opera fuori dalla legalità senza conseguenze, anche perché troppo spesso il sistema associativo e istituzionale ha finito per amministrare l'irregolarità, invece di rimuoverne le cause e contrastarne gli effetti. E chi è in regola paga il conto con margini più bassi e concorrenza sleale.
La responsabilità non è solo di chi decide nei palazzi, riguarda anche noi. Pretendere trasparenza nei tender, verificare i propri fornitori e subvettori, rifiutare prezzi incompatibili con il rispetto delle regole: è qui che ha inizio una filiera responsabile.
La domanda che dovremmo porci non è tecnica, è politica: quale settore vogliamo lasciare in eredità ai nostri figli? Quale impresa vogliamo davvero aiutare a crescere, e quale invece non possiamo continuare a proteggere dalle conseguenze delle proprie scelte?
Se non percorriamo una strada chiara e coerente, il rischio è concreto e già visibile: gli imprenditori virtuosi, quelli in regola, si stancano. Alcuni smettono di fare impresa. Altri vendono, accelerando un processo di concentrazione che rischia di impoverire il tessuto imprenditoriale italiano dell'autotrasporto e della logistica.
Allora la domanda va rivolta direttamente ad associazioni e istituzioni: in quale mercato vogliamo davvero investire? Abbiamo il coraggio di guardare oltre le convenienze del momento, oltre la tutela indiscriminata di chi continua a operare scaricando sugli altri il costo della propria irregolarità, per costruire un futuro in cui la regolarità sia finalmente ciò che dovrebbe essere sempre stata, ossia la normalità?
In FIAP crediamo in questo obiettivo, e lo perseguiamo nei tavoli in cui sediamo. Su questo terreno istituzioni e associazioni devono finalmente fare squadra. Non per premiare chi è in regola, ma per smettere, una volta per tutte, di tollerare chi non lo è.