Da mesi il contributo nazionale di due euro sulle spedizioni extra-UE di modico valore viene raccontato come una battaglia tra chi vuole cancellarlo e chi lo vuole soltanto rinviare ancora. Un ulteriore rinvio si limita a spostare il problema in avanti; l'abrogazione eliminerebbe il contributo nazionale. Ma la vicenda mette in evidenza un nodo più profondo: in un mercato doganale unico, misure isolate adottate da un solo Paese finiscono per spostare i flussi anziché governarli. Ora che il nuovo dazio doganale europeo è entrato in vigore, l'Italia deve coordinare la propria misura con quel quadro, non aggiungere un livello di costo che gli altri Stati membri non applicano.
L'obiettivo di contrastare la concorrenza sleale, i prodotti non conformi e gli squilibri generati dalle piattaforme extra-UE è condivisibile e necessario. Una misura soltanto italiana non ferma le merci, sposta semplicemente il loro punto di ingresso.
Il contributo nasce a fine 2025 su un fenomeno reale: secondo le stime di settore già richiamate da FIAP nel comunicato del 15 dicembre 2025, in Italia vengono gestite complessivamente 600-700 milioni di spedizioni e-commerce l'anno, oltre l'80% sotto i 150 euro. Non tutte rientrano nella platea soggetta al contributo, ma il dato restituisce la dimensione del fenomeno. Secondo le stime ufficiali, il contributo genererebbe un gettito di 122,5 milioni di euro nel 2026 e di 245 milioni l'anno a regime dal 2027; il solo ultimo rinvio di tre mesi comporta minori entrate valutate in 61,2 milioni. Il punto decisivo non è soltanto quanto lo Stato incassa: è anche quali attività economiche l'Italia rischia di perdere spostando i flussi doganali verso altri hub europei.
Il 1° luglio è entrato in vigore il dazio doganale europeo di tre euro, temporaneo fino al 1° luglio 2028, applicato a ciascuna categoria tariffaria di articolo contenuta nella spedizione. Il Ministro dell'Economia ha chiarito, rispondendo a un question time alla Camera il 22 luglio, che i due prelievi hanno natura diversa e che, qualora il contributo nazionale trovi applicazione dal 1° ottobre, secondo il Governo potrà cumularsi con il dazio europeo.
Anche assumendo questa distinzione giuridica, resta irrisolto il problema economico: l'Italia aggiungerebbe sulla stessa merce un costo che gli altri Stati membri non applicano. È inoltre in discussione una futura tassa europea di gestione doganale, il cui importo e la cui decorrenza devono ancora essere definiti: un motivo in più per evitare che nel frattempo si consolidi un livello di costo esclusivamente italiano.
Ed è qui che l'incertezza normativa, sommata al differenziale di costo rispetto agli altri Stati membri, sta già generando segnali preoccupanti sui flussi. Già nei primi venti giorni di gennaio 2026, quando il contributo era formalmente vigente ma la sua riscossione non era ancora materialmente operativa, le importazioni dirette in Italia di pacchi di basso valore da Paesi extra-UE erano diminuite del 36% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente, secondo dati dell'Agenzia delle Dogane. Gli operatori possono riorganizzare rapidamente i flussi, dirottando parte delle spedizioni verso hub logistici e doganali di altri Stati membri, dove si applica il quadro europeo ma non il contributo aggiuntivo italiano; una parte delle merci destinate al mercato italiano può poi raggiungere il Paese anche su gomma, dopo essere stata sdoganata altrove. Uno spostamento che, una volta consolidato in contratti e rotte, può diventare difficile da recuperare rapidamente.
Dietro i flussi che non transitano più da uno scalo italiano c'è lavoro reale: magazzini, autotrasporto, doganalisti, logistica integrata. È questo indotto, non solo il gettito, a erodersi ogni volta che un flusso si stabilizza altrove.
La posizione di FIAP è semplice: il contributo nazionale non deve entrare in vigore il 1° ottobre nella sua formulazione attuale. Non chiediamo meno controlli, ma regole europee uniformi che non rendano più conveniente sdoganare fuori dall'Italia. La decisione va assunta nell'ambito dell'iter di conversione del decreto-legge 107/2026, da concludere entro il 25 agosto, senza attendere nuovamente l'avvicinarsi del 1° ottobre.
Il settore non ha bisogno di proroghe successive né di annunci contraddittori. Ha bisogno di una decisione presa nella sede giusta e nei tempi giusti. È una richiesta di metodo, non di parte.
Alessandro Peron, Segretario Generale FIAP